[Mio capitano #44] Itaca
Un viaggio che ci trasforma e una parola antica da riscoprire
“Ancora un po’ e poi mi fermo.”
È la frase che scandisce ogni anno scolastico.
Ancora un pacco di compiti da correggere.
Ancora un consiglio di classe.
Ancora una riunione, un’attività da organizzare, un progetto.
E così non ci fermiamo mai.
Poi arriva l’estate.
Le scadenze si allontanano, il calendario si svuota (finalmente), un giorno vale un altro.
Il tempo molla la presa e provo a farlo anch’io.
Anche questa newsletter arriva in un pomeriggio qualsiasi di mezza estate.
Siamo così abituati a misurare le nostre giornate attraverso ciò che realizziamo, che perfino il riposo rischia di finire in uno dei pochi slot liberi.
Per questo, quando arriva l’estate, provo a fare quello che alla fine di ogni anno scolastico consiglio ai miei studenti.
Non lunghe liste di compiti e scadenze, ma tempo vuoto, destrutturato.
Letture.
Esperienze.
Riflessioni.
Ogni tanto scrivete, dico loro.
Fermatevi a chiedervi:
Che cosa mi ha lasciato questa esperienza?
Che cosa mi ha insegnato questa lettura?
In che cosa sono diversa o diverso da prima?
Perché l’estate senza scuola non è il tempo in cui smettiamo di imparare.
È il tempo in cui finalmente possiamo capire che cosa abbiamo imparato.
È il tempo in cui possiamo “amare e vivere le domande”, come direbbe Rilke.
E così ho fatto anch’io.
E una delle domande che mi accompagnano da qualche giorno è nata in uno di questi pomeriggi qualsiasi, dopo aver visto l’Odissea di Christopher Nolan.
Itaca: che vuol dire?
L’Odissea continua a rinascere.
Ogni epoca torna a raccontarla, ogni generazione trova nelle sue pagine domande nuove.
È la forza dei grandi classici: come diceva Calvino, continuano ad avere qualcosa da dire, continuano a parlarci perché noi continuiamo a interrogarli.
Anche l’Odissea di Nolan è una nuova versione di questa storia antichissima.
Ma questa volta il viaggio di Ulisse non è la celebrazione epica dell’ingegno, dell’astuzia, del desiderio di ritorno.
È una meditazione sul senso di colpa.
Sul crollo delle civiltà sotto il peso delle menzogne e delle violenze che spargono per il mondo.
Il filo rosso che attraversa questa Odissea è la violazione del sacro dovere della xenìa (l’ospitalità sacra): quando lo straniero, l’Altro da noi, viene vituperato, cacciato, calpestato, crollano le fondamenta che tengono in piedi case e civiltà intere.
Ulisse ha messo la sua mêtis, la sua intelligenza, al servizio del più grande degli inganni per distruggere un’intera popolazione.
Quando l’intelligenza diventa strumento di dominio, finisce per alimentare la violenza che pretendeva di vincere.
È per questo che Ulisse si ritrova a vagare, sotto il peso delle proprie colpe: non è soltanto colui che cerca una casa perduta, ma colui che deve fare i conti con il mondo che lui stesso ha contribuito a costruire.
Un mondo fondato sugli inganni, sulla violenza e sull’odio verso lo straniero.
Un mondo che finirà per trasformare anche lui in uno straniero: un mendicante nella propria terra, perché quell’Itaca sicura e accogliente che ricordava non esiste più.
Ed è per questo che il suo viaggio non può davvero finire finché non si assume la responsabilità di quel crollo.
Lontano dalla celebrazione dell’eroe, questo Ulisse è il simbolo dello smarrimento di tutti noi tra i mostri che abbiamo contribuito a creare.
E a proposito di mostri, mi torna in mente Itaca di Kavafis:
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
o Poseidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
...
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.
Kavafis non ci dice che i mostri non esistono.
Ci dice qualcosa di molto più scomodo.
I mostri che incontriamo finiscono spesso per assomigliare a quelli che coltiviamo dentro di noi.
Nelle parole che scegliamo.
Nelle paure che alimentiamo.
Nel modo in cui ci abituiamo a guardare l’altro.
E allora torna la domanda.
Che cos’è Itaca?
Non è soltanto un luogo.
Non è semplicemente la casa a cui tornare.
Itaca è una condizione.
È l’idea di un mondo in cui una casa possa ancora essere accogliente.
Un luogo in cui lo straniero non sia una minaccia, ma qualcuno da incontrare.
I Greci chiamavano questo principio xenìa, l’ospitalità sacra.
E avevano una parola ancora più bella, presente anche nel greco che si parla oggi: φιλοξενία (philoxenìa).
Letteralmente significa “amore per lo straniero”: è l’apertura verso chi arriva da fuori e il riconoscimento della sua dignità.
Nella cultura greca era un principio sacro, legato a Zeus Xenios: perché nello straniero poteva nascondersi un dio.
Una parola che, anche etimologicamente, è l’opposto di quella che sembra descrivere sempre più il nostro tempo.
Xenofobia.
Da una parte l’amore per lo straniero.
Dall’altra la paura dello straniero, che ci assedia ormai da ogni parte.
Due parole.
Due idee di mondo.
Ecco una parola che voglio portare nel prossimo anno scolastico.
Philoxenìa.
Credo che la scuola abbia il compito di coltivarla.
Forse il senso di Itaca oggi è proprio questo: ricostruire una casa che abbiamo perduto.
Una casa capace di accogliere tutti.
Una casa che non abbia paura dello straniero.
Spark ✨
Per quest’estate ti auguro buone compagnie.
Persone con cui confrontarti e cambiare idea.
Un sentiero nel bosco per ritrovare il silenzio e riordinare i pensieri.
Un libro capace di allargare lo sguardo.
Due proposte:
📚 Ryszard Kapuściński, In viaggio con Erodoto.
È il racconto di un viaggio che diventa, pagina dopo pagina, un esercizio di curiosità verso l’altro. Un libro che dialoga profondamente con Erodoto, il primo grande narratore di mondi diversi dal proprio, e forse una delle più belle lezioni di philoxenìa che abbia mai letto.
📚 Zerocalcare, Nel nido dei serpenti.
Per mantenere il contatto con la realtà, nutrire lo sguardo critico e continuare a coltivare umanità.
Se a settembre entrerai in classe, prova a cambiare una sola domanda.
Invece di chiedere:
“Che cosa avete fatto quest’estate?”
chiedi:
“Chi siete diventati quest’estate?”
In fondo, è questa la domanda che un viaggio dovrebbe lasciarci.


