Prof, ma io ho solo 12 anni. Che cosa posso fare?
La domanda arriva ciclicamente, quando affrontiamo questioni che fanno paura, arrabbiare, sentire impotenti.
Questa volta stavamo leggendo insieme The Giver, romanzo distopico in cui il protagonista dodicenne entra in conflitto con le regole di una società ordinata, apparentemente perfetta, che ha scelto di sacrificare libertà ed emozioni in nome della sicurezza e del controllo.
La scelta, per lui, diventa radicale: continuare ad adattarsi oppure rifiutare quelle regole e provare a cambiarle?
Ho chiesto ai ragazzi se anche loro si sentono mai in conflitto con qualcosa del mondo in cui vivono. Se c’è un’ingiustizia che li tocca, li preoccupa, li fa arrabbiare.
Sono venute fuori preoccupazioni molto diverse.
E se un giorno restassimo senz’acqua?
Mi fa arrabbiare che una persona venga discriminata per il colore della pelle.
Non capisco perché alcuni miei compagni, nati qui, non debbano essere considerati italiani.
Vorrei dire agli adulti che prendono le decisioni oggi di pensare anche al nostro futuro.
E poi, la conclusione quasi inevitabile.
Ma tanto io ho 12 anni. Che cosa posso fare?
È una domanda vera.
E non credo che la risposta possa essere: puoi cambiare il mondo.
Perché il mondo non si cambia da soli. E perché mettere sulle spalle di un dodicenne la responsabilità di risolvere problemi enormi sarebbe un altro modo per farlo sentire inadeguato.
Ma non è vero nemmeno il contrario: che non possiamo fare niente.
Ho ribaltato loro la domanda:
Siete proprio sicuri di non poter fare niente?
Potete scegliere di sapere oppure di voltarvi dall’altra parte.
Potete scegliere di non essere indifferenti.
Potete fare domande, far circolare un’idea, prendere posizione, unirvi ad altre persone.
Oggi avete 12 anni, ma un giorno ne avrete 16 o 18 o 20 e potrete essere voi a scendere in piazza e far sentire la vostra voce.
Un giorno sarete adulti e sarete voi a prendere le decisioni. E se avrete imparato presto a guardare oltre voi stessi, a riconoscere e non accettare passivamente soprusi e ingiustizie, forse quelle decisioni saranno più attente anche agli altri e alla comunità.
Un passo alla volta.
Il primo è smettere di pensare di essere irrilevanti, senza pretendere che ogni nostro gesto produca subito un grande cambiamento visibile.
Il senso di impotenza nasce spesso dalla sproporzione tra la grandezza dei problemi e la piccolezza percepita delle nostre possibilità.
Se davanti a una guerra, alla crisi climatica o a un’ingiustizia l’unica domanda è posso risolverla?, la risposta sarà quasi sempre no.
Possiamo però farci un’altra domanda:
Qual è la parte che mi riguarda?
E qual è lo spazio, anche piccolo, in cui posso scegliere come stare?
È qui che entra in gioco la nostra responsabilità di adulti.
Non si tratta di proteggere i ragazzi dalla complessità del mondo, né di convincerli che andrà tutto bene. Si tratta di non lasciarli soli davanti a quella complessità.
Possiamo aiutarli a distinguere ciò che non possono controllare da ciò su cui possono incidere. A capire che l’azione non è sempre immediata, eroica o risolutiva: può cominciare dal sapere, dal prendere parola, dal fare rete, dal partecipare.
E soprattutto, possiamo sostenere e alimentare la fiducia che la loro voce non sia irrilevante.
Spark ✨
L’obiettivo dell’educazione, intesa in questo senso, non è cancellare l’ansia o dissipare il senso di impotenza, ma aiutare a trasformarli in partecipazione, responsabilità, speranza attiva.
L’educazione diventa così pratica di libertà, nella prospettiva aperta da Paulo Freire e ripresa da bell hooks: non consiste nel consegnare risposte già pronte, ma nell’aiutare gli studenti a leggere criticamente il mondo, prendere parola e riconoscersi come soggetti capaci di agire.
Per approfondire:
Paulo Freire, L’educazione come pratica della libertà
Paulo Freire, Pedagogia degli oppressi
bell hooks, Insegnare a trasgredire. L’educazione come pratica della libertà
Laboratorio 🎨
Per formalizzare il dialogo che ciclicamente affronto con i miei alunni, ecco una breve traccia di lavoro.
Parti da una questione che preoccupa i ragazzi: il clima, una discriminazione, una guerra, un’ingiustizia vicina o lontana.
Dopo averla discussa insieme, fai dividere un foglio in quattro spazi:
NON DIPENDE DA ME
Che cosa non posso controllare o cambiare direttamente?
CHE COSA POSSO FARE IO
Che cosa posso scegliere, capire, cambiare, dire?
CHE COSA POSSIAMO FARE INSIEME
Che cosa diventa possibile se ci organizziamo con altre persone?
POSSIAMO CHIEDERE A CHI HA PIÙ POTERE
Chi può intervenire? Come possiamo far arrivare una domanda, una proposta, una richiesta?
Alla fine, una sola domanda:
Qual è il primo passo realistico che possiamo fare?
Il passaggio che ci interessa è dal “non posso fare niente” al riconoscimento del proprio spazio di possibilità.
È lì che riflessione e azione cominciano a incontrarsi.


