[Mio capitano #42] Educare al dubbio
Un laboratorio di media literacy e debate per smontare le narrazioni manipolative
Avete mai visto un leone nel Mediterraneo?
No, naturalmente. Eppure, in un articolo analizzato in classe in questi giorni, gli attivisti della Global Sumud Flotilla — una missione umanitaria diretta a Gaza, di recente attaccata vicino Creta da militari israeliani — venivano paragonati a persone che “mettono la testa nella bocca del leone”.
L’immagine è emersa durante un laboratorio di analisi del linguaggio dei media e debate. L’obiettivo era osservare come una narrazione viene costruita e capire in che modo il linguaggio possa orientare il nostro giudizio.
I ragazzi hanno subito osservato che quell’analogia non reggeva. E hanno riconosciuto facilmente anche il tono sarcastico degli articoli, i tentativi di ridicolizzare gli attivisti, le parole emotivamente orientate, le insinuazioni e le omissioni.
A questo punto abbiamo cominciato a individuare i bias e i ragionamenti fallaci, per poi smontarli uno alla volta.
Uno degli argomenti ricorrenti era questo:
“Se la sono andata a cercare.”
I ragazzi hanno riconosciuto subito una fallacia molto diffusa: il victim blaming.
Invece di interrogarsi sull’azione di chi aggredisce, il focus viene spostato sul comportamento di chi subisce l’aggressione.
È lo stesso meccanismo che ritroviamo quando, davanti a una violenza, invece di interrogare chi la compie, si mette sotto esame chi l’ha subita: per esempio quando si insinua che una donna vittima di violenza “se la sia cercata” perché era vestita in un certo modo o perché era uscita da sola.
Oppure quando, davanti a manifestanti picchiati durante una protesta, ci si concentra non sull’uso della forza, ma sul fatto che “sapevano che poteva succedere”.
Sapere che un rischio esiste non significa rendere legittima l’aggressione. Il punto non è chiedersi se gli attivisti siano stati prudenti o imprudenti; il punto è riconoscere e condannare la violenza invece di giustificarla.
Leoni nel Mediterraneo
Da qui siamo arrivati all’analogia del leone.
Li ho spinti a riflettere: che cosa non funziona in quest’immagine?
Se siamo nella savana e andiamo a infastidire un leone, possiamo parlare di comportamento imprudente: entriamo nel suo territorio e provochiamo un pericolo (forse) prevedibile.
Ma se siamo in albergo e un leone entra ad aggredirci, il problema non è che abbiamo cercato il pericolo. Il problema è che il leone non doveva essere lì.
Nel Mediterraneo, in acque internazionali, non dovrebbe essere normale subire un’aggressione armata. Non siamo nel territorio del “leone”.
Come ha detto uno studente:
“Non sono loro ad essere entrati nella bocca del leone. È il leone che li ha aggrediti senza motivo in un luogo in cui non avrebbe dovuto nemmeno essere.”
Allo stesso modo, non funzionava un’altra analogia usata negli articoli: quella con chi va in montagna ignorando allerte e raccomandazioni, si mette volontariamente in pericolo e poi pretende di essere soccorso.
Anche qui il paragone è sbagliato sul piano logico: in montagna il pericolo deriva dalla natura — una tempesta, una valanga, un incidente. Nel caso della Flotilla, invece, si parla di un’aggressione umana deliberata: militari che attaccano imbarcazioni civili.
Una cosa è sfidare imprudentemente un pericolo naturale.
Un’altra è subire un’aggressione intenzionale.
La bandiera italiana protegge solo gli italiani?
A quel punto la discussione si è spostata su un altro nodo: la bandiera italiana.
In un articolo si insisteva molto sul fatto che gli attivisti arrestati non fossero cittadini italiani. L’argomento implicito era più o meno questo: se non sono italiani, perché l’Italia dovrebbe occuparsene?
Ma qui i ragazzi hanno individuato un altro punto debole del ragionamento.
Una nave che batte bandiera italiana non è soltanto un dettaglio decorativo: richiama una responsabilità giuridica e politica. Ma soprattutto: davvero la tutela dei diritti fondamentali dipende dal passaporto?
Se una persona straniera viene sequestrata, picchiata o privata illegalmente della libertà mentre si trova in Italia, dobbiamo prima controllare la sua cittadinanza per decidere se merita assistenza?
E se una violazione avviene su una nave battente bandiera italiana, il problema è davvero stabilire se chi la subisce sia abbastanza “italiano” da essere difeso?
La domanda, allora, diventa molto più netta:
I diritti fondamentali valgono perché sei “cittadino” o perché sei una persona?
È qui che il ragionamento si incrina: trasformare la cittadinanza in una condizione per meritare tutela significa svuotare l’idea stessa di diritti umani.
L’elefante nella stanza
Più andavamo avanti, più diventava evidente un altro meccanismo: screditare gli attivisti serve a spostare l’attenzione dal fatto centrale.
Accuse di vittimismo, sarcasmo, ridicolizzazione, insinuazioni di legami con il terrorismo: tutto contribuisce a costruire un’immagine negativa degli attivisti e a rendere meno visibili le ragioni umanitarie della missione.
Ma soprattutto, in questo modo resta fuori campo “l’elefante nella stanza”: l’abbordaggio stesso, la sua illegittimità, l’uso della forza, l’aggressione armata a imbarcazioni civili e disarmate.
Anche ciò che un testo sceglie di non raccontare orienta il nostro sguardo.
Questo tipo di lavoro funziona benissimo, già dalla seconda o terza media, perché non serve a dire agli studenti cosa pensare.
Li educa a riconoscere quando qualcuno sta cercando di pensare al posto loro.
Guidiamoli a individuare ideologie, bias, omissioni volute.
Alleniamoli a smontare i ragionamenti fallaci e a farli crollare come castelli di carte.
Aiutiamoli a difendersi dalla manipolazione, dalla propaganda e dall’indottrinamento.
Perché il pensiero critico nasce dalla capacità di interrogare le parole, le immagini e le analogie con cui qualcuno prova a orientare il nostro sguardo e il nostro pensiero.
Laboratorio 🎨
Condivido qui due strumenti pronti da usare in classe per lavorare su media literacy, pensiero critico e debate.
📄 Scheda di analisi degli articoli
Una traccia guidata per riconoscere tesi, parole connotate, fatti e opinioni, strategie retoriche, omissioni e posizione ideologica di un testo.
🗣️ Scheda debate: affermazioni da confutare
Una lista di affermazioni tratte dagli articoli, da usare per allenare confutazione, contro-argomentazione e riconoscimento dei ragionamenti fallaci.
Un ulteriore passaggio molto efficace può essere la riscrittura neutra: dopo aver distinto fatti e opinioni, chiedi agli studenti di riscrivere il testo eliminando sarcasmo, insinuazioni, parole emotive e giudizi impliciti.
Puoi usare queste schede con articoli di opinione, post social, discorsi politici, editoriali o qualunque testo in cui il linguaggio non si limita a informare, ma seleziona, enfatizza, omette e interpreta.


