[Mio capitano #43] Educazione militante
Affrontare guerra e pace a scuola — e chiudere bene l'anno
Qualche giorno fa ho incontrato un gruppo di colleghi di Vicenza per parlare di come affrontare, a scuola, temi come guerra, pace e diritti umani.
È emersa una cosa molto chiara.
Una fatica.
La fatica di parlare dell’attualità più scottante, della guerra sempre più onnipresente e normalizzata, della disumanizzazione delle vittime. O della censura e dell’ostilità verso chi prova a prendere posizione, a portare aiuti, a difendere diritti.
E insieme, un disagio condiviso.
Per il clima che spesso si respira anche a scuola: paura di esporsi, di dire la cosa “sbagliata”, di essere fraintesi o attaccati.
Io non ho ricette.
Quello che so è che, oggi più che mai, questi temi non possono restare fuori dalla scuola.
In un tempo in cui le immagini della violenza scorrono sugli schermi con una facilità disarmante, mentre le parole si fanno sempre più polarizzate e disumanizzanti, il compito educativo non può essere neutro.
Continuo a pensare che l’educazione debba essere militante.
Nel senso più profondo del termine: capace di risvegliare la coscienza civile.
E per farlo, bisogna coltivare la sensibilità.
Non basta parlare di guerra. Non basta fornire dati, ricostruire fatti.
Non basta capire.
Bisogna sentire.
La cosa più potente che possiamo fare, in classe, è aiutare i ragazzi a:
mettersi nei panni dell’altro;
sentire il dolore umano dietro le notizie;
riconoscere e smontare i linguaggi e le narrazioni che distorcono la realtà e cancellano l’umanità delle persone.
Per farlo, possiamo muoverci in tre direzioni:
1. Coltivare la sensibilità attraverso lettura, scrittura e teatro (anche su temi difficili). Le emozioni non sono un ostacolo: sono ciò che attiva la comprensione e contrasta l’indifferenza.
2. Allenare il pensiero critico
Analizzare e smontare le narrazioni dominanti insegna a riconoscere la propaganda e a non accettare passivamente ciò che vediamo e leggiamo.
3. Trasformare le emozioni in azione
Rabbia, ansia e paura possono spingere i ragazzi a far sentire la loro voce e agire per cambiare le cose.
👉 Ecco una collezione di materiali, attività e newsletter per lavorare in queste direzioni.
La cosa più bella di quest’anno — così segnato da violenza e barbarie — è stata vedere tanti ragazzi scendere in piazza.
Ragazzi che hanno scelto di non distogliere lo sguardo.
È questo che mi dà qualche speranza.
Ed è anche per questo che vale la pena non smettere, anche quando è faticoso.
Spark ✨
Siamo alla fine dell’anno scolastico.
Per molti di noi significa salutare delle classi, chiudere percorsi, lasciare andare relazioni costruite giorno dopo giorno.
È un momento delicato.
Spesso lo attraversiamo in fretta, magari per evitare la tristezza. Il distacco, invece, ha bisogno di tempo. Va preparato, nominato, attraversato: è il momento di dirci che ci dispiace lasciarci, ma anche di piantare gli ultimi semi.
Ecco alcuni spunti per trasformare questi momenti in un’esperienza significativa e consapevole. 👇



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