[Mio capitano #37] La "meglio scuola" (parte terza)
Valutare per formare
Nel mio primo anno di insegnamento, il preside mi rimproverò perché mettevo “pochi voti”.
Era una scuola difficile: studenti indisciplinati, spesso ostili a qualsiasi proposta. E intorno a me circolava un consiglio ricorrente: non provare a coinvolgerli, è tempo perso; devi spaventarli.
Il metodo era semplice: riempirli di quattro. Usare i voti come leva. Premi e punizioni. Non come strumento per capire a che punto sono, ma come modo per tenerli sotto controllo (o almeno, illudersi di farlo).
C’era anche un altro piano, più sottile e burocratico: essere a posto.
Avere tanti voti sul registro, molte verifiche, molte “prove”, per non essere attaccabili. In un contesto così, il voto finiva per servire a due scopi: gestire la classe e “coprirsi le spalle”.
A me non sembrava giusto. Ma all’epoca non riuscii a rispondere con prontezza, né a me stessa né agli altri, che lo scopo della scuola non è punire, e che la valutazione non è un’arma. Soprattutto non riuscivo a dirlo nei momenti in cui la classe diventava ingestibile e la pressione saliva.
Ricordo l’ansia: per un po’ di anni ho inseguito l’idea di dover avere “più verifiche”, più voti, più numeri.
Poi, a un certo punto, ho detto basta.
Anche perché la pratica mi ha reso evidente una cosa: quando il voto diventa una minaccia, spesso ottieni obbedienza (a volte nemmeno quella), ma raramente ottieni apprendimento. E soprattutto non rafforzi la motivazione più importante: quella che nasce dal sentirsi capaci di migliorare.
Durante l’incontro Flipnet a Roma (di cui ho raccontato in due precedenti edizioni) siamo tornati su una domanda semplice, che cambia tutto: che cosa facciamo quando valutiamo?
Se la risposta è “punire” o “controllare”, o anche solo “giudicare”, la valutazione produce ansia e distanza. Se la risposta è “far crescere”, allora servono strumenti diversi: criteri chiari, feedback utili, possibilità di rivedere il lavoro, spazio per l’autovalutazione.
Perché valutare dovrebbe servire a formare, non a mettere etichette.
Laboratorio 🎨
Ecco alcune proposte pratiche per una valutazione formativa.
1) Second chance (il voto non è l’ultima parola)
Un modo concreto per spostare la valutazione da “sentenza” a “processo” è prevedere una seconda consegna.
Prima consegna: raccogli il compito o la verifica e dai un feedback breve (con voto provvisorio o senza voto).
Feedback mirato: indichi su cosa lavorare (es. un passaggio da rielaborare, un’integrazione, 1-2 quesiti da rivedere).
Seconda consegna: lo studente riconsegna, eventualmente con una nota: che cosa ho cambiato? perché?
Valutazione: il voto finale tiene conto del processo di miglioramento.
Messaggio chiave: si impara dopo l’errore e dall’errore.
2) Valutazione formativa con rubriche + autovalutazione
Le rubriche rendono la valutazione leggibile e il feedback meno arbitrario (ne ho già parlato qui e qui).
Il salto di qualità è costruirle con gli studenti.
Porti 2–3 esempi anonimi (forte/medio/debole).
Chiedi: “Che cosa funziona qui? Che cosa manca? Che cosa rende efficace questo testo/podcast/esposizione?”
Fai emergere dei criteri (es. chiarezza, argomentazione, accuratezza, originalità).
Definite insieme i livelli (essenziale, buono, avanzato…) con descrittori concreti.
Prima della consegna: autovalutazione rapida + una priorità di miglioramento.
Risultato: meno sorprese, meno discussioni “sul voto”, più conversazioni “sul lavoro”.
3) Più penna verde, meno penna rossa
Usa due colori per correggere compiti e verifiche:
Rosso per segnare ciò che va corretto o migliorato.
Verde per evidenziare ciò che funziona (osservazioni acute, idee originali, esempi efficaci, intuizioni).
L’idea è cercare e moltiplicare i bright spots: se uno studente vede con chiarezza che cosa sta già funzionando, è più probabile che riesca a replicarlo e migliorare.
Prova a correggere così e osserva se, nella consegna successiva, gli studenti recepiscono meglio il feedback.
Questa era l’ultima parte della trilogia. Se ti sei perso le prime due puntate, le trovi qui:
La valutazione chiude il cerchio: perché spesso è lì che si decide se l’apprendimento diventa un percorso per migliorare o resta solo una prestazione da incorniciare o dimenticare.
Se i voti diventano un muro, la curiosità si ferma. Se diventano una mappa, aiutano a trovare la strada.


![[Mio capitano #34] La “meglio scuola” (parte prima)](https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!HWUr!,w_140,h_140,c_fill,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep,g_auto/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F893de0e4-86be-4222-a8b5-263998404056_2000x1627.jpeg)